Gioco legale e responsabile

L' Opinione

Il poker online italiano compie 10 anni, ma c’è da festeggiare?

A 10 anni dalla partenza delle prime partite di poker online pienamente legali in Italia, ci si interroga sul passato ma anche sul futuro. Ecco come il poker può riprendersi i suoi spazi.

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07/09/2018 10:05

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Ieri, scorrendo la mia bacheca di Facebook, mi sono imbattuto in un post di Giulio Astarita sulla pagina pubblica che aveva aperto quando era ancora un poker manager operativo (oggi Giulio fa tutt’altro, anzi in bocca al lupo per la nuova avventura).

La triste gioia di Giulio

In flip tra la tristezza e la soddisfazione di essere stato tra i pionieri e i fautori, Astarita celebra un compleanno che in realtà non ci è sfuggito. Il problema è che c’è oggi c’è poco, davvero poco da festeggiare.

Tra le 10 candeline e il timore di una multa

Prima l’illusione della liquidità condivisa, che ci ha visto promotori poi autoesclusi. Quindi la mazzata del Decreto Dignità che è ormai legge dello Stato pur nelle enormi contraddizioni e storture che si porta dietro. Una di queste, ad esempio, è che non posso menzionare la room arancione che 10 anni fa fu la prima a lanciare partite online pienamente legali in Italia, perché al momento non figura tra i partner commerciali di Assopoker. Quando sei di fatto impedito a raccontare la storia di un intero movimento, vuol dire che viviamo tempi grami.

Ecco, dimenticando la desolazione del presente la storia del poker online in Italia è comunque qualcosa che merita di essere ricordato, riconoscendone conquiste ed errori. Sì perché è superfluo sottolineare che errori ne abbiamo commesso tutti, dagli operatori ai media di settore. Ciononostante, a parere di chi vi scrive, ci sono ancora i margini per ripartire, anche senza farsi illusioni di altri boom.

Un tavolo della room che 10 anni fa offriva le prime partite legali di poker online in Italia (photoshop by Decreto Dignità)

Poker online italiano: le origini di un ghetto dorato

Quando venne regolamentato il poker online in Italia si crearono da subito due partiti. Quelli entusiasti perché finalmente veniva legittimata un’attività, sia da parte di chi giocava sia da parte di chi erogava il servizio. Dall’altra parte c’era invece chi si lamentava già del “ghetto”: abituati come si era, negli anni del boom mondiale, a confrontarsi con giocatori provenienti da tutto il mondo, ritrovarsi a competere solo con italiani sembrava una costrizione senza alcun senso.

L’evoluzione del mercato e il modello di business

Eppure, seppure per alcuni versi abbia sempre rappresentato una forzatura normativa, il modello italiano ha funzionato ed è diventato anche un esempio da seguire per altri stati. I problemi sono arrivati dopo che ci si è resi conto che si era gestito una liquidità nazionale come se fosse un bacino infinito.

Se il gioco del poker è una disciplina in continua e impietosa evoluzione, il suo mercato lo è forse ancora di più. Non è dunque facile riconoscere se ciò che è buono oggi potrà rappresentare una minaccia tra qualche anno. Un esempio per tutti: il cash game.

Cash, tornei e la coperta corta

Nei primi tre anni di .it si andò avanti solo con tornei e sit’n’go, raccontandoci che era quello il vero gioco di abilità mentre il cash game era il male. Con l’introduzione del cash game nel 2011, tutti cambiammo opinione e si riconobbe che è questo, il vero gioco di abilità. La verità, tuttavia, è sempre una coperta corta.

Il fatto che il cash game sia la modalità che più di tutte premia l’abilità è verissimo, come è altrettanto vero che si tratta della modalità più “pericolosa” perché consente perdite sensibilmente più alte rispetto alla modalità torneo. Nella smania di sdoganare il gioco nei confronti della società per cui era sempre stato uno spauracchio, si è sempre cercato di fornire una verità cerchiobottista: esaltare al massimo la componente di abilità, ridimensionare il fatto che ci si possa comunque far male.

Da qualche anno il cash game è di gran lunga la disciplina che più ha risentito della crisi e del ridimensionamento del mercato. E non sorprende certo che sia andata così.

Leo Fernandez ci ricorda che nel poker il divertimento è tutto (courtesy of Neil Stoddart – Rational Intellectual Holdings ltd)

Gli altri errori del passato

Ad ogni modo, gli errori nella comunicazione sono stati nulla, in confronto a quelli nella gestione di un modello di business insostenibile. Quando venne legittimato il cash game si sentivano lamentele, perché si poteva giocare solo il 5€/10€ mentre su Full Tilt e compagnia del .com si giocava il 25$/50$, 50$/100$ eccetera. Nel cieco delirio di onnipotenza, il poker pro che faceva guadagni facili lamentava che l’Italia fosse “figlia di un dio minore”. La realtà dei fatti è stata invece qualcosa di vicino all’opposto. Il cash, i sempre più sofisticati software di supporto, il coaching, il poaching, la corsa al rakeback più alto, sono stati tutti strumenti che hanno contribuito a prosciugare la longevità del sistema-poker in Italia.

Il miraggio della liquidità condivisa è stato un crudele scherzo del destino (leggi malapolitica e lobby che remavano contro), ma paradossalmente non era (solo) in questo strumento, che il poker poteva ritrovare la longevità. Il segreto per ripartire si chiama con un solo nome: DIVERTIMENTO.

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L’unica via è liberare il divertimento imprigionato

L’iperprofessionalizzazione del poker che si è vista negli ultimi anni ha contribuito a incattivire un certo numero di persone che si sono ritrovate a guadagnarsi da vivere giocando a poker. Non parlo di professionisti, ma di tutti quelli che si sono illusi di poterlo essere ma poi hanno tralasciato un aspetto fondamentale: anche se vissuto come un lavoro, il poker non deve mai smettere di essere un gioco.

Non deve mai smettere di esserlo anche perché solo nella sua dimensione di intrattenimento il poker ha un futuro. Se un amatore siede a un tavolo e trova un ambiente amichevole, sarà sempre più propenso a tornarci anche se un giorno vince e tre perde, perché si è divertito e per quel divertimento è disposto a pagare.

Il pokerista simpatetico

Se invece un amatore trova un ambiente ostile, fatto di robottini incattiviti che lo offendono a ogni giocata un po’ fuori dalla logica, oltre ai soldi perderà soprattutto la voglia, di giocare e di tornare a quel tavolo. Per questa ragione chi aspira a guadagnarsi da vivere giocando a poker deve essere bravo a cogliere il valore atteso non solo nelle sfumature del gioco ma anche in quelle comportamentali. Il poker pro non può che essere un individuo simpatetico.

Immaginate che in questa foto ci sia Joe Mckeehen che ha appena vinto il Main Event. Immaginatelo soltanto, però, perché se ve lo mostrassi potrei mettermi nei guai con il governo del cambiamento

La schiavitù del prizepool

Ma anche fuori dall’ottica dei pro che sono e rimarranno sempre più una ristretta elite, il poker può e deve recuperare la dimensione di intrattenimento. Un aiuto in questo senso può provenire da un parziale distacco dal giogo del denaro. Giocare per guadagnare soldi non è e non sarà mai qualcosa da condannare, poiché il guadagno è una legittima ricompensa per l’abilità profusa. Tuttavia la schiavitù dei prizepool, soprattutto in un settore che ha vissuto sopra le proprie possibilità per qualche anno, può essere estremamente diseducativa.

Cosa recuperare del poker online di una volta

Nei ricordi dei primi approcci al poker di moltissimi tra noi ci sono momenti di fortissima adrenalina vissuti a un freeroll o a un torneo da 1 dollaro, esultanze smodate per un coinflip vinto che ci faceva raddoppiare a un final table che pagava 25 dollari al vincitore. Passione pura, ingenua, che si è smaliziata negli anni ma contaminando lo spirito originario. Così si è arrivati a giocare perché il primo posto ci avrebbe svoltato la carriera, e cose di questo genere.

Smettere di essere velleitario, tornare a fare onestamente sognare: questo sì, può essere il poker che ha un futuro.

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