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Il giocatore e la seduzione della fortuna: odio e amore per la dea bendata

Nel sedervi ad un tavolo da poker, in misura maggiore o minore a seconda della specialità che vi trovate a giocare, non potrete fare a meno di confrontarvi con una certa componente di casualità.

Spillare le carte giuste nei momenti decisivi, incontrare un board amico od uno non avverso sono componenti essenziali per raggiungere il successo nel singolo evento, specie se vi trovate nel bel mezzo di un torneo di No Limit Hold’em, magari con molti partecipanti.

Inevitabilmente in questi casi sentirete il bisogno di arginare questa componente casuale, di limitarla o meglio ancora – se fosse possibile – di indirizzarla in un determinato modo, ovvero quello che vi è più favorevole. In una parola, starete sperando di avere fortuna, o in altri termini che la statistica si confermi quando vi troverete in una situazione di vantaggio o che penda verso il lato statisticamente sfavorito quando lo sarete anche voi.

Sappiamo quanto la preparazione tecnica di un giocatore faccia sì che questi sia spesso in condizioni probabilistiche favorevoli rispetto all’avversario, di sicuro più spesso di un giocatore scarso, il che nel lungo periodo lo porterà a vincere. In fondo, molti giocatori vi risponderebbero che la fortuna non è altro che l’effetto di un campione di eventi non sufficientemente significativo. Il che è vero, da un punto di vista strettamente matematico e razionale. Tuttavia, questo spesso non basta al giocatore, in quanto uomo.

Ripensando infatti ai tornei live a cui vi è capitato di assistere o partecipare, quante volte avete visto i più svariati amuleti far compagnia ai giocatori ed alle loro chips, quante volte lo avete fatto anche voi? A cosa serve per un giocatore preparato e consapevole portare al tavolo un certo oggetto, indossare proprio quella maglietta, o compiere un rituale piuttosto che un altro?

La risposta è abbastanza semplice. Nonostante quella persona abbia una consapevolezza razionale dell’inutilità di quello che sta facendo, la sua componente emotiva e irrazionale ama pensare di poter controllare e dare un senso a ciò che non ne ha, ovvero il caso.

In questo senso, il rapporto fra il giocatore e la fortuna appare talvolta schizofrenico nella sua ambivalenza, meravigliosamente contraddittorio come solo l’essere umano sa essere. Infatti, da un lato egli cercherà – sviluppando la tecnica del suo gioco – di ridurre l’impatto del caso, quindi in qualche modo di escludere la fortuna dal suo tavolo. Parallelamente però, cercherà di ingraziarsi la dea bendata, nei modi che gli sembrano più opportuni. Ad esempio, ricreando quelle condizioni materiali che in passato sussistevano quando si è vinto un colpo da netti sfavoriti, illudendosi che questo possa servire perché accada di nuovo. Salvo rinnegare nuovamente tutto quanto quando questo non succede.

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Da questo punto di vista, appare molto azzeccata l’identificazione della fortuna con una dea, con una donna. Proprio come avviene nel rapporto con una donna affascinante infatti, l’uomo tenta da un lato di sedurla, di lusingarla per irretirla, e dall’altro di esserne indipendente, per due motivi essenzialmente. In primo luogo, per il timore di non poter controllare le conseguenze che derivano dall’affidare una fetta del proprio destino nelle mani di qualcun altro. In secondo luogo, perché cercare di sedurre qualcuno implica il fallimento, l’insuccesso, la disillusione e lo sconforto. Di conseguenza, quando questo accade l’uomo ha bisogno di non sentirsi ripudiato, di non aver fallito il suo corteggiamento, quindi si convince di non averlo mai fatto: lui alla fortuna non ha mai creduto.

Tutto questo non ha ovviamente nulla di razionale, ma ha molto di umano. Le persone, in generale, preferiscono cattive soluzioni a nessuna soluzione, e piuttosto che accettare passivamente il fatto di essere in qualche misura in balia del caso, preferiscono adottare degli accorgimenti per illudersi di guidare anche ciò che esula dal proprio controllo. Fra l’altro, questa soluzione garantisce anche una formidabile contropartita implicita. Ovvero non è dimostrabile, sia in un caso che nell’altro.

Questo consente l’auto-alimentazione di questo fenomeno, quindi la sua salvaguardia. Se infatti prima di aver spillato le vostre carte le avrete accarezzate col vostro portafortuna di fiducia, e le carte saranno buone, sarete ben contenti di pensare che il vostro amuleto funzioni: questo vi illude di aver lusingato la donna, di aver irretito la fortuna. In quell’istante infatti voi non volete semplicemente credere di esservi imbattuti in un caso favorevole che in quanto tale esula dalla vostra volontà, ma di averlo condotto verso di voi, di essere stati voi gli artefici di quanto accaduto e non il caso stesso.
Se, al contrario, le carte saranno pessime, ecco che – schizofrenicamente come dicevamo – ripudierete quella dea che vi ha respinto, quella donna che avete corteggiato inutilmente e che vi ha invece preferito qualcun altro, naturalmente molto meno meritevole di voi delle sue attenzioni, arrivando a negarne l’esistenza in cui dimostravate di credere solo un attimo prima.

Tutto questo non è casuale, e si collega fra l’altro all’immagine di sé di cui ciascuno deve rendere conto agli altri e a se stesso. Chi infatti crede nella fortuna, chi è scaramantico o superstizioso, è generalmente considerato una persona con una certa dose di ignoranza e probabilmente dotata anche di scarsa intelligenza. Naturalmente nessuno di noi si sentirebbe lusingato nell’essere accostato a un’immagine simile. Questa è un’altra delle ragioni che portano alcune persone se non a credere nella fortuna quanto meno – nel dubbio – a non ostacolarla, senza tuttavia essere del tutto onesti con se stessi e con gli altri su questo aspetto.

Vi sono molti altri fattori, personali e contestuali, che possono intervenire in un processo simile, che tuttavia diventerebbe troppo lungo e dispersivo trattare in questo articolo.
Resta inteso che quanto detto non vale per ogni giocatore, e per ciascuno nella stessa misura, ma certamente avere una maggiore consapevolezza di questi meccanismi può aiutare a far sì che non condizionino negativamente il proprio gioco ed il proprio umore mentre si è al tavolo.
Perché in fondo, proprio come accade con una donna, è sempre della fortuna l’ultima scelta.

Piero ‘Pierelfo’ Pelosi