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Psicologia · Visitatore

L’errore del giocatore è innato nell’uomo?

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22/03/2013 06:29

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Il professor Daniel Weeks, autore della ricercaTrovare un sistema razionale ed empirico per vincere al gioco è il sogno di molti, destinato però come sappiamo a fare spesso a pugni coi numeri: in molti giochi infatti contro il banco semplicemente non si può vincere, e quindi la strategia migliore è in realtà quella che ci fa perdere il meno possibile.

Naturalmente questo non vale per il gioco del poker, dove ci si confronta fra players ed è possibile sfruttarne quindi gli errori, eppure molti giocatori occasionali sono comunque vittime di un approccio simile, convincendosi ad esempio che dopo un certo numero di flop debba necessariamente presentarsene uno con tutte carte di fiori, o che magari mostri solo carte “basse”.

Questo tipo di considerazioni, note anche come l’errore del giocatore, spesso nascono da una mancata conoscenza delle più elementari basi statistiche: ciò nonostante, alcuni ricercatori stanno esplorando l’ipotesi che possa esserci anche una componente innata che spinga in questa direzione, qualcosa che l’uomo avrebbe interiorizzato nel corso della sua evoluzione.

A sostenerlo sono due ricercatori di psicologia canadesi della’università di Lethbridge, Daniel Weeks e Digby Elliott, che hanno svolto i propri esperimenti di fronte alla più classica delle roulette. Invitando il proprio campione a puntare sul rosso ed il nero, si sono accorti come chi risultava vincente fosse più incline a cambiare la propria puntata nel lancio seguente.

Questa tendenza, secondo Weeks, nascerebbe da una sorta di predisposizione psicologica innata a considerare in qualche modo limitate un certo tipo di risorse, tanto da essere spinti a cercarle altrove dopo un primo successo: “Nella preistoria, se cercando del cibo vedevi che una persona vicina a te aveva raccolto tutte le more da un cespuglio, non aveva senso tornare indietro e cercarle in quello stesso punto“.

Una teoria controversa, che certo necessita di essere ulteriormente approfondita, ma che secondo gli autori potrebbe portare a galla eventuali limiti degli interventi oggi messi in campo contro il gioco compulsivo, spingendoli invece a tenere in debito conto anche questa possibile variabile. 

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