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Dan Colman: “Guadagnavo $8 l’ora. La mia reazione post One Drop? Esagerai”

A quasi un anno dall’ultimo intervento in un podcast (allora si trattava del Poker Life Podcast di Joe Ingram), Dan Colman è tornato a chiacchierare in tutta libertà, lui che con la stampa ha sempre avuto un rapporto piuttosto conflittuale.

Lo ha fatto nell’Heads-up With Remko, podcast del giornalista Remko Rinkema, uno dei collaboratori di punta di Poker Central – dove l’intervista è stata pubblicata nella sua versione integrale.

Quell’incontro con Olivier Busquet…

Dan Colman ha raccontato di come abbia incontrato quello che da “mentore di vita” è oggi uno dei suoi migliori amici, Olivier Busquet. Tutto è nato ai tempi di Full Tilt, quando Colman era uno dei railbirder di Busquet – al quale non lesinava commenti pungenti.

“Quando io criticavo il suo gioco – racconta Dan Colman – lui si rendeva conto che sapevo di cosa stavo parlando. Così mi ha contattato e alla fine si è persino proposto di stakarmi. Fu lì che decisi di lasciare il mio lavoro da $8 l’ora e giocare a poker a tempo pieno.

La vecchia scuola

L’americano ha poi parlato dei tornei high roller e di come alcuni dei professionisti live della cosiddetta ‘vecchia scuola’ non siano “così svegli e tendono ad avere range più approssimativi rispetto ai player più giovani”.

Colman ha tuttavia elogiato Daniel Negreanu, pur senza entrare troppo nello specifico: “Magari in alcune aree è carente, ma è fortissimo in altre”.

Parlando delle young guns (cit. Doyle Brunson), lo statunitense ha ammesso di essere uno dei pochi giocatori rimasti che ancora si affidano più alle sensazioni che all’approccio analitico/matematico: a parte discutere delle mani con gli amici, “non ho mai davvero fatto nessun tipo di lavoro lontano dal tavolo”.

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Dan Colman sul Big One: “Reazione immatura”

La parte forse più interessante del podcast riguarda quel famigerato Big One for One Drop 2014, torneo che fece conoscere Dan Colman al mondo non solo per le sue qualità pokeristiche, ma soprattutto per quello che all’epoca apparve come un cocktail di antipatia, spocchia e senso di superiorità.

Il professional poker player ha ammesso di essere stato “probabilmente immaturo” e di come all’epoca le sue opinioni sull’attenzione dei media sugli sport (poker compreso) fossero molto più radicali: “Vedevo tutto come una distrazione dalle notizie davvero importanti. Io volevo solo giocare a poker senza l’attenzione dei media.

Oggi mi rendo conto che tutto ciò fa parte del gioco e che aiuta a generare interesse, cosa che porta un maggior numero di persone a iscriversi ai tornei”.

“Il desiderio di poker? Viene e va”

Infine, Colman ha parlato del suo rapporto spesso conflittuale con il Texas Hold’em. Se all’epoca del podcast con Ingram l’americano dichiarò di averne abbastanza del poker, nell’intervista con Rinkema ha invece specificato come il suo interesse “va e viene”.

Semplicemente, quando la passione si spegne Colman evita completamente di giocare, perché sa che giocherebbe male e finirebbe soltanto per sprecare soldi. “Dopo essermi preso una pausa ci ho messo un po’ a recuperare la fiducia di un tempo. Perché col poker è così: è tutto o niente.