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Josh Arieh e quella Mustang restituita dopo due settimane: “ero andato broke”

Ospite del podcast di Cracking Aces, Josh Arieh racconta molti aneddoti sui suoi inizi. Ad esempio di quando festeggiò il 1° braccialetto comprando una supercar, ma dopo 2 settimane...

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03/12/2021 12:10

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Scrivevamo di lui giusto una settimana fa, per celebrarne giustamente la proclamazione di WSOP Player Of The Year 2021. Oggi parliamo nuovamente di Josh Arieh, perché il 47enne poker pro è stato ospite di una croccante puntata del podcast di Cracking Aces, durante la quale è emersa una gran quantità di aneddoti e particolari inediti sulla sua vita e la sua carriera.

Josh Arieh (Courtesy of PokerNews & Alec Rome)

Josh Arieh, gli inizi, il primo bankroll e i lavoretti

“Frequentavo una sala biliardo in quanto ero un giovane giocatore di pool. A un certo punto, quando la sala era chiusa, sul tavolo iniziarono a organizzare partite di poker. Io persi la prima volta, anche perché stavo letteralmente imparando le regole. Poi iniziai a vincere sempre e andai a cercarmi partite casalinghe in tutta Atlanta, costruendo un primo bankroll.”

Si parla di bankroll ma per modo di dire, vista la gestione piuttosto allegra del giovane Josh:Ogni volta che arrivavo a un bankroll di 2-3k prendevo la macchina e andavo al Biloxi (casinò nello stato del Mississippi, ndr) per misurarmi con quelli che ritenevo al tempo dei top players. Sono andato rotto così un sacco di volte, ma ogni volta imparando qualcosa. Infatti non mi capitava mai di andare broke due volte per gli stessi motivi. Certo quello di andare rotto e farmi 650km in macchina per tornare a casa è un’esperienza che ho provato un bel po’ di volte.

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I conduttori sanno che Josh Arieh è un pozzo senza fondo, quando si parla di aneddoti sul gambling, così gli chiedono “Ma hai mai fatto un lavoro cosiddetto normale?” La risposta di Arieh è “A volte mi è capitato di fare piccoli lavori, ma giusto il tempo di accumulare un po’ di soldi per risedermi al tavolo. L’ultimo lavoro “regolare” che ho fatto fu il corriere per uno studio legale, nel 1998. Consegnavo documenti giudiziari ai privati e nei tribunali, e molte notti mi sedevo a giocare. In generale, comunque, per molti anni non sono mai arrivato a un bankroll da 50mila dollari, a parte un mese.”

Il primo braccialetto e la Mustang durata… due settimane

Qui si arriva alla parte più croccante del racconto di Josh Arieh, quello del primo braccialetto con annessa prima grossa vincita. La prima volta che andai a Las Vegas era il 1999 e avevo in tasca 10mila dollari. La prima sera vidi che c’era una partita 20/40 con Scotty Nguyen e Mike Matusow al tavolo. Volevo sedermi a tutti i costi e feci tipo 4 ore di waiting list. Poi fu il mio turno e in poche ore persi 2mila dollari.

Il giorno dopo c’era questo evento Limit da 3.000$. Io ero un giocatore di Limit anche perché al tempo ancora il No Limit era residuale, diciamo fino al boom di Moneymaker. Poi avevo una testa bacata, ero convinto di poter vincere soldi a poker sempre e contro chiunque. Ad ogni modo, presi 3mila degli 8mila che avevo ancora dietro e mi iscrissi al torneo.”

Il torneo è poi andato come tutti sappiamo: vittoria del primo braccialetto, con più di 200mila dollari incassati. Ma cosa successe dopo?

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“Me ne torno con questo borsone pieno di soldi, e la prima cosa che faccio quando arrivo ad Atlanta è stata di fiondarmi da un concessionario per comprarmi una macchina nuova, una Mustang Cobra. Due settimane più tardi ero di nuovo lì a chiedere al tipo “quanto mi dai per la mia Mustang?”

Una Mustang Cobra come quella acquistata (e poi restituita) da Josh Arieh

Ebbene sì, dopo 2 settimane dal braccialetto e dalla bella somma vinta, Josh Arieh era andato broke. “Al tempo non avevo un pc da accendere per guardare i migliori geni del poker giocare in maniera perfetta e imparare da loro. Al tempo ero solo il ragazzo della sala biliardo che cercava di farsi strada a modo suo.” Nel corredo genetico di Arieh c’era infatti anche un atteggiamento estremamente aggressivo al tavolo: “Ero come un guerriero: qualsiasi mezzo ci fosse per farti fuori e vincere i tuoi soldi, io provavo a usarlo.”

Il final table del Main Event 2004: “Ero un duro, giocavo per la mia vita”

Un altro turning point della carriera di Josh Arieh è stato sicuramente il terzo posto al Main Event del 2004, dietro a Greg Raymer e David Williams. Anche allora si era reso autore di atteggiamenti molto aggressivi al tavolo, che lui spiega così: “Io sono sempre stato un competitor feroce, in qualsiasi cosa giochiamo io voglio sempre vincere contro di te. Ero e rimango un pessimo perdente. Al tempo nel 2004, io giocavo per la mia vita.”

Poi arrivò il tavolo finale: “Fu un esperienza incredibile. Non avevo mai avuto una telecamera addosso, né tantomeno il pubblico intorno a guardare. Fu una lunga ed enorme scarica di adrenalina. Ancora oggi ricordo ogni dettaglio del momento in cui annunciarono noi componenti del final table uno per uno. Ero lì ad aspettare tutto elettrico, non facevo altro che saltellare, come se fossi sul punto di giocare il Super Bowl. Matt Savage, al tempo Tournament Director del Main Event, mi disse “Hey Josh, guarda che ti devi assolutamente calmare, sei sovraeccitato!” Sarebbe bello provare di nuovo questa esperienza, ma dopo 20 anni di duro grinding sarebbe una cosa del tutto nuova.”

Josh Arieh, i giocatori d’istinto e George Holmes

Infine arriva un curioso dettaglio sul recente runner up del Main Event WSOP, incontrato a Las Vegas da Josh Arieh. “Il giorno in cui George Holmes ha raggiunto il tavolo finale mi ci avvicinai. Non lo conoscevo personalmente ma sono molto amico di uno che gioca gli home games con lui, così gli ho detto che, qualora avesse voluto farsi coachare dai migliori (come succede ogni anno) lo avrei potuto mettere in contatto con Johnnybax o Shaun Deeb. Lui mi ha risposto “Sai cosa? Non voglio rompere la magia. Sono un giocatore d’istinto e sono arrivato fin qui grazie a quello.”

Lo capisco perché anche io sono così, anzi ti dirò che uno dei miei pregi come giocatore è che so in cosa sono bravo ma so ancora meglio in cosa non lo sono. So cosa posso portare al tavolo e cerco di tirarne fuori il meglio. Lui ha fatto esattamente questo, in un certo senso mi ci rivedo. E vi dirò di più: esempi come il suo portano entusiasmo e nuovi giocatori, perché dimostrano come nel poker si possa vincere anche senza studiare 6 ore al giorno sui solver.”