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Ettorito97, il bi-campione del mondo di PES: “Emozioni uniche. Esport in Italia? C’è tanta invidia”

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Ettorito97, al secolo Ettore Giannuzzi, fresco bi-campione del mondo di PES 2018. Ettore ha parlato di come ci si prepara ai Mondiali, della nuova modalità 3v3, della situazione degli esport in Italia e tanto altro ancora.

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25/07/2018 09:22

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Come vi raccontavamo nell’Esport Report di domenica, Ettore Giannuzzi, aka Ettorito97, si è laureato campione del mondo di PES 2018. Anzi, bi-campione, visto che con Luca Tubelli ed Alex Alguacil ha pure conquistato il mondiale di 3v3.

Ettorito97 è una delle punte di diamante dell’esport made in Italy: a 21 anni ha già vinto tre titoli mondiali (il primo nel 2011 a soli 14 anni!), e nonostante la giovane età ha la consapevolezza e la maturità di un campione. Non ci credete? Be’, giudicate voi stessi dalle sue parole.

 

Ettorito97

Ettore festeggia il titolo di 3v3 e di 1v1 coi compagni

 

Ciao Ettorito97 e benvenuto su Assopoker! Cominciamo… dalla fine: raccontaci che cosa hai combinato lo scorso weekend a Barcellona.

Ciao e grazie del benvenuto! Ho partecipato alle PES World Finals 2018 e… ho vinto due titoli mondiali! Oltre alla modalità classica 1v1, con Luca ed Alex abbiamo trionfato anche nel 3v3, la cosiddetta co-op mod o cooperation.

Parto proprio da qui. Era la prima volta che al Mondiale si vedeva il 3v3, tipica modalità che usi di solito per divertirti con gli amici. Ho vissuto tante emozioni, perché non è facile: devi cercare di far quadrare il tuo gioco con quello degli altri due compagni. Anche la lingua nel nostro caso è stata una barriera che abbiamo impiegato un po’ di tempo a superare. Ma con sudore e dedizione siamo riusciti a qualificarci prima all’Europeo di Berlino e poi a vincere i Mondiali.

Per quanto riguarda l’1v1, è stata una stagione un po’ strana. Non sono riuscito a vincere nessuna delle cinque tappe della League, e arrivavo ai mondiali da outsider. Ma nella settimana prima dell’evento ho trovato una formazione con cui mi trovavo bene e mi sono detto: ho poche possibilità, provo a sorprendere tutti. Ed è andata così.

Non è la prima volta che ti laurei campione del mondo, ma oggi gli esport non sono certo quelli del 2011: che differenze hai trovato a livello di organizzazione, competizione ed emozioni?

Nel 2011 non c’erano premi in denaro, perché la KONAMI (l’azienda che produce PES, ndr) per cultura giapponese pensava che il denaro avrebbe creato troppa competizione: non era nella loro concezione. Poi però hanno cambiato idea e hanno iniziato a inserire un montepremi. L’anno scorso il mondiale valeva $200.000 e quest’anno $36.000, ma bisogna dire che quest’anno nelle tappe del World Tour c’erano dei premi in denaro (rispetto al 2017): in realtà quindi KONAMI ha investito di più.

A livello organizzativo, nel 2011 la finale era su andata e ritorno, quest’anno su partita secca. Non dico fosse più difficile, ma erano altri tempi. E a livello di emozioni, vincere a 14 anni è una cosa, vincere a 21 – quando sei consapevole di ciò che stai facendo – un’altra.

Con Luca Tubelli ed Alex Alguacil hai vinto anche il mondiale di 3v3: come cambia il gameplay quando occorre coordinarsi con due compagni?

Cambia tantissimo, come ti dicevo prima. A parte la lingua, devi trovare una formazione adatta allo stile di gioco di tutti e tre. Ed è molto difficile, anche cercare di creare azioni cooperando. Fortunatamente il fatto di poter parlare durante il gioco ci permette di organizzarci: se non fosse possibile, le partite sarebbero molto meno belle.

Più difficile vincere il mondiale di 1v1 o di 3v3, e perché?

Bella domanda. L’1v1 è davvero difficile, anche se ho fatto sette finali mondiali. Quest’anno, poi, c’erano solo gli 8 migliori al mondo (rispetto ai 16), quindi il meglio del meglio: era complicato anche passare il girone.

Il 3v3 per me è prima di tutto un divertimento. È diverso, perché l’1v1 lo giochi offline, mentre il 3v3 è online. Non so, credo sia difficile vincere in entrambi i casi, ed è per questo che sento di aver fatto un’impresa. Ma se devo scegliere, dico che il 3v3 è più difficile per coordinazione, mindset, lingua diversa e via dicendo.

Parliamo un po’ di te. Come e quando ti sei avvicinato al competitive di PES?

Nel 2009 mio padre mi compro la PlayStation3. Ad un certo punto lui giocò online contro un ragazzo che nel profilo aveva scritto “campione italiano”. Io avevo 11 anni, mio padre mi ci fece giocare contro e persi 3-2.

Cominciammo a parlare e questo ragazzo mi svelò il mondo dei tornei. Mi disse che ci sarebbe stato un torneo a Taranto, a 60k da dove abito io: andai con mio padre, era una tappa del circuito nazionale… e la vinsi.

Tutto cominciò così. Nel 2010 diventai campione italiano e vice campione del mondo, nel 2011 campione del mondo e così via. Senza quella partita, o se non avessimo avuto una connessione Internet, oggi chissà cosa starei facendo.

 

Ettorito97 ha sconfitto l’amico-rivale Alex nelle semifinali dell’1v1

 

Qual è la giornata tipo di un giocatore di PES professionista, e che cosa fai quando non giochi a PES?

Prima di un evento mi alleno 3-4 ore al giorno, perché in concomitanza di un torneo devi capire gli schemi, capire se la formazione va bene, provarla con avversari e amici. Diciamo dalle 7 alle 9 partite al giorno.

Quando non sono impegnato con PES come Ettorito97, sono un normale ragazzo di 21 anni: esco con gli amici, amo il tennis e il ping pong (ci gioco un sacco), esco con la mia ragazza, vado al mare. Ma se un sabato sera c’è un torneo di qualificazione, non esco anche se i miei amici mi invitano: PES viene prima del sabato sera.

Perché, secondo Ettorito97, l’Italia è ancora molto indietro a livello di cultura esport, rispetto ad altri Paesi?

A parte i noti problemi di infrastrutture e connessione a banda larga, di cui parlano tutti, vorrei citare un altro fattore: l’invidia. La community esport italiana spesso è piena di livore: se un ragazzo vince, non gli si fanno i complimenti, ma si cerca di sminuirlo. In tanti pensano che il gamer sia ancora la figura del nerd brufoloso che gioca 24 ore su 24, ma non è così e io ne sono la testimonianza.

Guarda la cultura cinese o giapponese: lì c’è tantissima gente disposta a spendere 80 euro per comprare la maglietta del loro idolo di Dota 2. Se dovessi fare io una cosa del genere, probabilmente la comprerebbero due o tre persone.

Per non parlare di quello che succede quando fallisci. Se sbagli un torneo, ti denigrano. È successo a me a Tokyo, ma succede anche ad ‘IcePrinsipe’ o a ‘CRAZY_FAT_GAMER’ (giocatore del Team QLASH). Finché non cambiano le persone, non crescerà mai l’esport.

Pensi che giochi come PES o FIFA, in un paese calciofilo come l’Italia, possano comunque essere i veicoli giusti per far sbocciare definitivamente gli esport anche da noi?

Quello sì, spero che PES e FIFA ci facciano sbocciare, tanto da convincere anche il CIO ad inserirli nel programma olimpico. Ma tanto dipende dagli investitori. Guardate Gerard Pique del Barcellona, che ha creato la Pro Esports League.

Ci vorrebbe qualcosa del genere anche da noi, in Italia.

Sei uno dei “pionieri” dell’esport in Italia: meglio fare da apripista o meglio magari appartenere alle generazioni future che probabilmente godranno di condizioni migliori anche grazie ai tuoi risultati?

Direi che essere un pioniere non sia poi così male, anzi. Per un’azienda come la KONAMI, avere un bi-campione del mondo non è cosa da poco, credo. Questo ruolo mi sta bene, voglio continuare a migliorare. So che arriverà il momento di smettere, ma quel momento è lontano.

Io mi diverto, è la mia passione. Non ho vizi: non bevo, non fumo, per me il videogioco è sfogo e divertimento. Gioco sin da piccolo, a volte magari sono un po’ nervoso, mi faccio una partita a PES e mi rilasso.

Ma anche chi si avvicina oggi al mondo del competitive, se si impegnerà e ci metterà l’anima, potrà raccogliere dei bei frutti.

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