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L' Opinione

Matusow ancora nell’occhio del ciclone, ma sbaglia lui a vendere quote maggiorate o chi le compra?

Per l'ennesima volta, Mike Matusow riesce a far parlare di sé soltanto (o quasi) quando provoca qualche polemica. In questo caso si parla di staking e quote maggiorate alle WSOP. Ma chi ha ragione?

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27/09/2021 14:03

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Puntuale come le tasse, arriva anche quest’anno la polemica sullo staking e il markup nel poker live. Per i pochi tra voi che ignorano di cosa si parli, con il termine staking si intende un giocatore che mette in vendita le quote per un torneo al quale parteciperà; il markup è invece la maggiorazione che un giocatore decide di applicare alle quote messe in vendita, motivata con una presunta maggiore possibilità da parte sua di arrivare almeno a premi, dunque con un profitto sicuro per sé e per gli investitori. A pochissimi giorni dal via delle attesissime WSOP di Las Vegas, la fiammella della polemica si è fatalmente accesa grazie a un giocatore abituato a vivere in mezzo ai flame, e che anzi ne ha fatto un punto di forza per diventare tra i personaggi più celebri del poker: Mike Matusow.

Ancora lui, proprio lui: Mike Matusow

Il fatto. Matusow ha messo in vendita le quote per una quindicina di tornei WSOP, con buy-in compresi tra i 5.000 e i 25.000 dollari. La polemica è scoppiata perché “The Mouth” ha applicato un markup variabile tra 1,30 e 1,50. Per intenderci, se io comprassi l’1% di un evento da 10.000$ con markup a 1,50, non pagherei 100 dollari ma 150.

Perché questa maggiorazione ha scatenato polemiche? La questione è semplice, ma allo stesso tempo molto complessa. Nello staking praticato sui tornei online, le statistiche di un giocatore sono considerate mediamente più affidabili per una ovvia questione numerica: un player con 20000 partite giocate e un roi del 30% sarà da ritenersi molto affidabile. Come è noto, al contrario, il live permette volumi di gioco infinitamente inferiori e dunque campioni statistici irrilevanti o quasi. Ne consegue che se il giocatore con 20mila partite online a un roi del 30% vende quote applicando un markup di 1,25, sarà da considerarsi un buon investimento.

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Mike Matusow vanta 4 braccialetti WSOP, il primo vinto nel 1999, l’ultimo nel 2013. Solo uno dei braccialetti vinti da “The Mouth” si è giocato in No Limit Hold’em, in ossequio alla buon reputazione di variantista del giocatore di lontane origini russe. Oltre a quello, Matusow vanta 69 piazzamenti a premio nelle World Series Of Poker, cifra che lo pone al 5° posto assoluto nella classifica dei “WSOP cash”. Tale graduatoria vede al comando – non irraggiungibile ma quasi – Phil Hellmuth con 148 “bandierine”, seguito da Chris Ferguson a 138 e da Daniel Negreanu a 129. Dunque è Mike Matusow da considerarsi affidabile a questi livelli? Interrogativo non semplice da districare, ma è opinione abbastanza diffusa tra esperti e addetti ai lavori che no, Matusow non è OGGI in grado di battere con regolarità quel livello. Tra questi Andrew Barber, Tony Dunst e Doug Polk, anche se con sfumature diverse.

Le voci contro e le voci pro

Barber, pur senza mai citare direttamente Matusow, ha denunciato via Twitter questa tendenza di alcuni noti pro a “derubare” la gente con markup totalmente immotivati. Quello di Barber non è parere banale, visto che stiamo parlando del vincitore di un 10k Championship di H.O.R.S.E. nel 2015. L’americano non è nuovo a uscite contrarie alla vendita di quote, anche se egli stesso partecipò al torneo in cui poi vinse il braccialetto proprio grazie allo staking di un amico, che aveva comprato quote per il 25%. Più in generale, Barber si dice convinto che “questa cosa della vendita quote non passa mai di moda, perché i pro insistono a derubare gente che non conosce abbastanza di queste dinamiche”.

Tony Dunst, già poker pro e commentatore dei tornei WPT, ha addirittura affermato di avere scommesso con Max Silver – a quota alla pari – che Matusow non riuscirà a fare profit nei tornei in questione. Dunst ha anche risposto al tweet di un Matusow indispettito, sostenendo che non ha nulla contro di lui personalmente, ma di essere soltanto convinto che Mike non sia in grado di battere quel livello.

Anche Doug Polk non ha alcuna fiducia su Mike Matusow negli eventi WSOP con quelle maggiorazioni, ma con una posizione meno “integralista” rispetto a Barber e altri. Polk esprime un pensiero più liberale in tal senso: è un mercato libero, ognuno è libero di vendere al prezzo che ritiene più giusto, ma soprattutto ognuno è libero di investire il proprio denaro come meglio crede. Anzi, secondo Polk questi markup insensati possono essere utili a responsabilizzare la gente e imparare a non fare (o non fare più) pessimi investimenti.

Non si sono però sollevate solo voci contrarie all’ex pro di Full Tilt Poker. Non era quotato il supporto di Phil Hellmuth, che di Matusow non è solo storico amico ma anche frequente finanziatore. Il recordman di braccialetti WSOP ha dichiarato che Mike ha vinto 30 delle 31 sessioni cash game in cui lo aveva personalmente stakato, dal 2015 al 2019. Questo anche per significare che la competitività di Matusow sia rimasta abbastanza costante nel tempo, nonostante il braccialetto non arrivi da 8 anni.

Il fattore “tifo” nello staking

La posizione di Polk è probabilmente la più ragionevole tra le tantissime che si sono succedute in rete, anche se Doug forse sottovaluta un aspetto: non tutti comprano quote con cognizione di causa, anzi per molti è solo uno strumento per tifare i propri beniamini in modo più partecipativo e coinvolgente. E nel tifo, si sa, la ragione viene messa spesso a sedere.

Rovesciando la prospettiva, anche il poker pro sfrutta questa dimensione social, questa sfida del coinvolgere i supporter a esserlo fino in fondo: “statemi vicino, investite su di me e festeggeremo insieme”. Se però fai il furbo il giochino durerà ben poco e il mercato – molto probabilmente – ti spazzerà via.

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